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(Non) sono solo canzonette

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Pillole di Sarcasmo contro il reflusso esistenziale… di Paola Manchi sulla vittoria di Mahmood a Sanremo e le (inutili) polemiche seguite.

… non c’è paura! ma che politica, che cultura, sono solo canzonette!” cantava Bennato, che a pensarci bene a Sanremo non c’è mai stato e forse non è un caso che si sia tenuto alla larga da una vetrina così importante, pur credendo nella forza delle canzoni come veicolo di idee. Se lo conosci lo eviti, verrebbe da dire, non tanto il festival come spettacolo, quanto il festival come piazza di un mercato discografico disposto a tutto pur di vendere tanto e subito. Un meccanismo tutto sommato banale, con delle canzoni in gara, diverse giurie e diversi sistemi di voto, facile, regolamentato e chiaro per tutti, concorrenti in primis che accettano di mettersi in gioco. Consegnato il premio, i riflettori si spengono e il pubblico finalmente sceglie cosa tenere e cosa buttare via, a prescindere dai risultati, guidato solo dal gusto personale sia per la musica sia per l’interprete. Fin qui tutto bene, nella sua banalità, eppure quest’anno qualcosa è cambiato in modo dirompente, il festival ha rotto gli argini della musica ed è straripato travolgendo ambiti della vita sociale normalmente estranei alle canzonette. Tre canzoni finaliste completamente diverse per genere, sonorità, stile con interpreti profondamente diversi, ma ugualmente, solidalmente in teoria, molto giovani. Dei tre finalisti, che poi erano 5 interpreti, inevitabilmente uno solo ha vinto, non quello favorito dai pronostici e dal voto popolare, ma soprattutto non quello di “pura razza italica”.  Il vincitore è italiano, ma non del tutto, canta in italiano, ma non del tutto, è felice di aver vinto… ma non del tutto, forse, dopo aver visto la sua canzone fraintesa e la sua vita privata passata al setaccio per far emergere quel lato oscuro che sicuramente deve avere lui, cittadino italiano cresciuto a Milano ma con radici estese dalle Alpi alle Piramidi, è il caso di dirlo, lui foreign trapper sbarcato dalla Sardegna, lui tanto sensibile e affascinante da avere sicuramente una sessualità deviata, come se non bastasse già il resto per non meritare il podio di Sanremo… Da che l’Ariston è l’Ariston le critiche ai vincitori non sono mai mancate, ma stavolta è diverso perché la comprensibile delusione di quel ragazzo secondo classificato (che si tiene in disparte sul palco violando la prima legge di Miss Italia che recita “un corpo mantiene il proprio stato di quiete finché una proclamazione non agisce su di esso” e quindi subisce una spinta all’abbraccio nella direzione opposta al posizionamento in classifica, ovvero dal secondo verso il primo classificato, possibilmente con finto entusiasmo proporzionale alla rabbia interiore) stona con il contesto festoso e lascia presagire fiumi di rabbiose parole esternate già in sala stampa a caldo e poi rilanciate in più ondate, amplificate dai social, ma soprattutto rimbalzate e appesantite dalla politica. Non so quanti “mi piace” siano necessari perché un post diventi proposta di legge, ma dal semplice verdetto di una giuria sanremese al complotto contro la democrazia dei poteri forti del pentagramma, il passo è breve e così ecco spuntare proposte di riforma del sistema di voto, istituzione della democrazia basata sul televoto, deriva autarchica dei palinsesti radiofonici sotto il controllo del Grande deejay che tiene il conto delle messe in onda al grido di “non passa lo straniero”, istituzione di corsi di esorcismo presumibilmente per liberare le donne possedute dal talento e dall’intelligenza. Una vittoria a sorpresa per un giovane e talentuoso ragazzo italiano e una sconfitta scontata per una cultura millenaria che rivendica la connotazione italiana del festival e sconfessa, così, la sua storia di incontro/scontro con altri popoli e di continue contaminazioni ancora presenti nella lingua, nell’architettura, nelle tradizioni di un territorio geograficamente proteso tra due continenti. Non sono solo canzonette, dunque, ma è più un’occasione persa per celebrare in mondovisione un Paese moderno, accogliente, aperto alla mescolanza di culture diverse come fonte di ricchezza sociale, solidale, privo di pregiudizi, inclusivo e meritocratico… ma già, dimenticavo, è il Festival della canzone Italiana, o forse Italica, da sempre specchio del Paese, sia quando premiava “Non ho l’età” e con essa un modello di donna, sia adesso che premia “Soldi” ma poi contesta, rinnega, confonde, fraintende, urla, insulta… manco fosse il Parlamento!     

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