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“Generazione Fortinite”: Che male c’è?

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Rubrica di Pedagogia a cura della d.ssa Monia Morini

Parte prima – Genitori, armiamoci di Consapevolezza!

Sempre più spesso i nostri figli chiedono di acquistare un videogioco, ci invitano a scaricarlo sul nostro smartphone e sempre più spesso noi genitori non possiamo neanche scegliere tra i tanti sul mercato perché le tendenze del momento hanno già scelto per noi. Durante il veloce click per scaricare l’applicazione diciamo a noi stessi che in fin dei conti siamo tutti parte di quella generazione cresciuta con i salti di “Super Mario Bros” , con le sfide a “Fifa 2000” o con le avvincenti corse di “GranTurismo”. Utilizziamo la memoria della nostra infanzia per assicurarci che sia tutto assolutamente sano e rassicuriamo le nostre eventuali titubanze con un “siam cresciuti tutti bene con i videogiochi, che male c’è? ” e così cediamo alle insistenti richieste di un tempo apparentemente simile al nostro, pronti a far giocare i nostri figli con il game del momento, chiudendo anche un occhio sul limite d’età indicato in copertina.

Che male c’è ?”, C’è realmente un rischio educativo ?, Perché in una Rubrica di Pedagogia parlare di Videogiochi? Trattare tale argomento non è per seguire la corrente o per opporsi ad essa. Oggi il virtuale ha effetti concreti nel reale e chi educa deve avere gli strumenti giusti per fronteggiarne le conseguenze partendo dalla consapevolezza dei rischi, spesso sottovalutati.

La prima consapevolezza con la quale fare i conti è sul perché i videogiochi di oggi, almeno alcuni di essi, sicuramente quelli che risultano più appetibili ai nostri ragazzi, sono diversi da quelli di ieri? Ogni Game è frutto di un marketing ad ampio raggio, i nostri figli sono incentivati a pensare a “quel gioco” anche quando il dispositivo è spento. Lo stesso gioco può esser disponibile per PlayStation , Xbox, pc Windows e Mac e su Smartphone. Scaricare il gioco scelto è facile, giocarci ovunque è ancor più semplice, dietro l’apparente gratuità vi è una operazione di marketing  capace di entrare nelle scelte dei nostri figli più di quanto riusciamo a fare noi. Oltre la facilità di utilizzo il gioco stesso esce dalle tipiche piattaforme ed entra sul mercato in modo molto ancora più ampio:  alcune gestualità presenti nei giochi vengono contemporaneamente proposte da personaggi famosi in contesti sportivi durante eventi importanti, è noto il balletto tipico  “alla Fortnite”  usato da famosi calciatori per festeggiare i propri goal. Musiche e balletti presenti nel virtuale diventano virali nel reale, creano un linguaggio gestuale comune e condiviso rendendo quello stesso gioco ancora più appetibile. Come se non bastasse, si uniscono alle operazioni di mercato anche gli Youtuber, inneggiati più delle nostre vecchie pop-star, capaci di fondare il loro successo su video nei quali riproducono partite, influenzare i nostri ragazzi e rendere ogni visualizzazione un inno al gioco del momento. Risulta evidente come i video-game oggi abbiano un impatto sui nostri figli assolutamente più invasivo rispetto al passato. Il salto sul funghetto di “Super Mario Bros” era rappresentato al massimo in una T-shirt indossata da pochi intenditori, ma nessun ragazzo saltava come Super Mario o tentava di muoversi come lui. Oggi il balletto di vittoria di “Fortinite” oltrepassa il pc, diventa gestualità tra ragazzi, viene condiviso su più canali di comunicazione ed il risultato immediato è una gestualità che non c’è bambino che non conosca. In questo scenario è chiaro che il videogame non ha più un tasto ON-OFF, il gioco continua oltre lo schermo.  Oggi se spengo il PC non ho certo spento il gioco! Consapevoli di questo occorre aver ben chiari i rischi.  Ogni gioco è un attività seria. Nel gioco il bambino scopre se stesso, sperimenta conoscenze, simbolizza la realtà, incontra i propri limiti ed impara a superarli, si confronta con gli altri ed esplora mondi possibili. Ogni gioco ha la forza di educare più di mille parole adulte, è fonte di apprendimento di emozioni e conoscenze. A qualunque età giocare è mettere in gioco se stessi, conoscerne le potenzialità ed i rischi è responsabilità di chi educa. In nome di tale responsabilità, quando si decide di far giocare il proprio figlio con i videogiochi del momento, occorre aver sempre ben in mente il vademecum dei rischi sottesi di cui parleremo nel prossimo capitolo.

Parte Seconda – I rischi sottesi

DIPENDENZA

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di inserire la dipendenza da videogioco nella Classificazione Internazionale delle Malattie infantili. Il “gaming disorder “è oramai una patologia certificata. I giochi sono sempre più avvincenti strutturati in modo tale di stimolare la “voglia di continuare a giocare” creando meccanismi di dipendenza spesso sottovalutati. Fattori che determinano il rischio sono legati alla struttura stessa del tipo di gioco: tempi veloci, la possibilità di ripetere lo stesso gioco a ripetizione, la facilità di giocare ovunque su più dispositivi mobili e la competizione online con altri giocatori. La tendenza oggi è di far in modo che un gioco duri normalmente meno di 20-25 minuti, cioè stimola la voglia di far “Un nuovo tentativo” riproducendo lo stesso meccanismo adrenalinico delle slot machine nei casinò.  I nostri ragazzi entrano a contatto con un meccanismo simile a quello del gioco d’azzardo e ne corrono gli stessi rischi. Molti ragazzi iniziano a strutturare la giornata in modo da “poter giocare” evidenziando un calo di motivazione a fare qualunque altra attività. Vi è collera ed aggressività se si blocca la possibilità di giocare, i rapporti sociali sono annullati dai rapporti virtuali, il gioco non è più un piacere ma un bisogno.  E seppur non si arriva a questi estremi occorre far attenzione alle ore di gioco, spesso maggiori di quelle percepite in un processo dove “il tempo vola” isolando da tutto ciò che in alternativa si potrebbe vivere in quel tempo.

PROBLEMI SCOLASTICI

Giocare stimola ad una serie di impulsi veloci ed immediati, ci si abitua a stimoli che attraggono l’attenzione in modo costante e si perde la capacità di sostenere il livello attentivo davanti un compito di vita complesso privo di stimolazioni visive immediate. Il risultato è che ci si annoia facilmente, non si è in grado di mantenere l’attenzione in attività che richiedono capacità di attesa priva di stimolazioni esterne. Ciò ha conseguenze evidenti spesso sulle prestazioni scolastiche ove si richiedono capacità di attenzione sostenuta su attività non sempre avvincenti e stimolanti.

ADESCAMENTO

Giocando online si può entrare a contatto con ragazzi di tutto il mondo. Ci si scambiano informazioni e commenti. Tale piattaforma è spesso luogo di adescamento soprattutto per giocatori giovani. Diventa facile creare un contatto e ancor più facile prender informazioni utili.

CYBERBULLISMO

Una caratteristica oramai comune a tanti game del momento è l’opportunità di giocare in rete. Ogni avversario in realtà è un Avatar di una persona fisica, si gioca con altri, conosciuti e non.  Si può pensare che attraverso i videogiochi a squadra i ragazzi possano imparare a collaborare. Niente di più errato! La vera collaborazione si stimola attraverso l’ascolto, il contatto visivo, l’incontro finalizzato a progettare e creare insieme. Sulla piattaforma di un gioco l’obbiettivo è dettato dal gioco e la competizione ha come obbiettivo sconfiggere l’altro, non è certo stimolo alla collaborazione. In aggiunta si crea una pericolosa pressione tra pari. Il gioco online e gli Youtuber stimolano a giocare stuzzicando l’altro, insultandolo, infierendo sui limiti, sottolineando a gran voce i suoi insuccessi. Ci si diverte a ballare e sbeffeggiare il personaggio morto (l’Avatar di una persona fisica). Il giorno dopo a scuola si continua a commentare in un confine virtuale-reale spesso inesistente. Tutto ciò spinge a pericolosi fenomeni come bullismo e cyberbullismo.  

PERDERE IL VALORE DELLE PAROLE

Personalmente voglio sottolineare questo come tra i rischi più significativi. Vedo sempre più bambini giocare a videogiochi non adatti alla loro età, non considerando quel limite imposto dal gioco stesso.  Sembra ci siamo dimenticati che ogni età implica un grado di maturità di sviluppo e personale diversa. Per esser chiari; alcune parti del cervello si sviluppano fino ad oltre i 17 anni, un giocatore di 8 anni non può avere le stesse capacità di distinguere il virtuale dal reale di un giocatore di 15 anni! Non dimentichiamoci che i bambini apprendono da ciò che vedono e non  dalle paternali che noi possiamo fare. Ed ecco che oggi siamo davanti quello che per me, da Pedagogista, è il rischio maggiore: i nostri bambini stanno perdendo il valore delle parole. Le parole hanno un significato, forte intenso, determinato. Oggi poter giocare con tutto e tra tutti esercita un danno educativo non da poco, rendendo tutto fruibile e superficiale. Parole come “morte, ucciso, sconfitto” sono di uso comune. Non spaventano. Youtuber che si divertono in modo virale a commentare la morte del nemico come un tempo noi commentavamo chiusi in salotto il calcio di rigore a Fifa 2000. I nostri “Baby Gamer” non hanno il senso del limite, non lo possono avere, non è nella loro struttura mentale, imparano da ciò che vedono e se li facciamo crescere davanti un videogioco imparano da questo. Rischiano di giocare nella vita come giocano nel virtuale. Usano parole senza pensare che possano ferire e feriscono senza pensare che è sbagliato. Parlano di morte come fosse cosa normale, gioiscono della sconfitta altrui come fosse naturale esaltarsi per i limiti dell’altro. Se il giocatore è un ragazzo è più probabile sappia distinguere il virtuale dal reale, ma se è un bambino l’incapacità di dividere la realtà dalla fantasia è un rischio educativo evidente.

Noi, genitori educatori, non curanti dell’età, spesso li facciamo giocare con giochi non adatti, sono gratis e scaricabili ovunque, grafica accattivante quasi da cartone animato, non c’è sangue, vanno di moda e soprattutto non li sottoponiamo allo stress di esser diversi da quei compagni che giocano. Utilizziamo il videogioco come antistress in una serata a cena al ristorante, loro stanno fermi e noi possiamo chiacchierare. Eppure il rischio di crescere con messaggi educativi erronei è evidente. I bambini apprendono da ciò che vedono. Ore di gioco nel quale il messaggio che vien mandato è: “uccidi più che puoi e gioisci della morte altrui. Insultalo mentre giochi, è più divertente. Chi muore è il tuo compagno di classe che gioca online con te, divertiti a farlo fuori e compra skin( vestiti ) sempre più belli per festeggiare la tua bravura”.

Ma siamo proprio sicuri di voler crescere i nostri figli con questo messaggio educativo?

Il Gioco è sempre un attività seria, non dimentichiamolo. Dal gioco i nostri figli apprendono più che dalle nostre parole, facciamo attenzione ai loro giochi. Giochiamo con loro, non accontentiamoci di un superficiale sguardo alla grafica per esser sereni. Riflettiamo con loro, rendiamoli partecipi dei rischi, valutiamo insieme. Non abbiamo paura di dir di “No” alla moda del momento. Offriamo alternative, sfruttiamo la naturale voglia di giocare e sperimentarsi in altri modi. Armiamoci di Consapevolezza, unico strumento per poter spegnere realmente il tasto OFF e goderci il piacere del gioco oltre ogni rischio!

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