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Rubriche – Ciociari nel mondo: Paolo Maddalena, da Ferentino al Giappone

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 A cura di Stefania Del Monte

 


Paolo Maddalena, 35 anni, originario di Ferentino, ha scelto di vivere a Kochi, una tranquilla città di provincia di 340 mila abitanti, situata nell’isola di Shikoku, una delle quattro isole principali del paese del Sol Levante. Questa è la sua storia.  

 

 

 

Di cosa ti occupi nella vita?

Sono un insegnante di italiano. Oltre a una laurea in “Scienze e Tecnologie della Comunicazione” ho una certificazione Ditals dell’Università per Stranieri di Siena, come insegnante di italiano specializzato per gli apprendenti di madrelingua giapponese. Lavoro autonomamente; ho un’aula in cui si svolgono le lezioni, qui dove vivo. In giapponese la scuola si chiama: “Paolo no Itariago Kyoshitsu” (classe di italiano di Paolo). Non ho ancora un sito web ma ho una pagina Facebook dedicata e sono presente su Google Maps come scuola di italiano.

Per quale ragione hai scelto di vivere in Giappone?  

Di motivi ce ne sono diversi. Sicuramente la ragione principale è l’amore (mia moglie è giapponese). Se sei anni fa non avessi conosciuto Erika (la mia consorte) non so se adesso sarei qui. Devo dire che comunque, prima di conoscerla, avevo già una passione smodata per questo paese. Il mio interesse per il Giappone nacque ai tempi dell’università, quando conobbi una persona, una donna giapponese più grande di me di diversi anni. Nel giro di qualche mese ci trovammo a convivere a Roma. Restammo insieme per circa tre anni, prima di separarci, ma in quel periodo imparai molto del suo Paese e della sua cultura: anzi, ne rimasi folgorato! Tanto che, terminati gli studi universitari alla Sapienza, mi iscrissi al corso intensivo di “Lingua e Cultura Giapponese” organizzato dall’Istituto Giapponese di Cultura a Roma, a Valle Giulia.

Cominciai a viaggiare: mi recavo in Giappone almeno una volta l’anno. Fu dura perché non avevo soldi e di lavori, in quegli anni di crisi, se ne trovavano pochi. Mi dovetti arrangiare in molti modi. Mi adattai a fare di tutto.

Questa mia passione, solo in minima parte è dovuta ai manga o agli anime (grazie ai quali molti della mia generazione si sono avvicinati alla cultura del Sol Levante). Da subito mi appassionai alla storia, alla cultura e alla filosofia. Studiando come un matto. Più di tutti credo fosse la filosofia Zen a catturare la mia anima: questo mondo apparentemente simile al nostro ma spiritualmente e culturalmente opposto. Per me conoscere di questo mondo lontano, addentrarmi nelle sue consuetudini, abitudini, vicissitudini , è stato un po’ come rinascere.

Venivo da un periodo della mia vita estremamente difficile. Mi sentivo come su un baratro e questo incontro mi ha ridato slancio, forza e voglia di andare avanti. Sentivo di potercela fare, di potermi realizzare in quel posto così lontano, non solo fisicamente.

Poi conobbi Erika. Dopo alcuni anni di fidanzamento durante i quali, a causa della distanza,  potevamo vederci pochissimo, decidemmo di sposarci. Tenendo presente la crisi che c’è in Italia e la mia voglia (mai sopita) di continuare a studiare la cultura giapponese, abbiamo deciso di stabilirci a Kochi, una tranquilla provincia del Giappone.

 

Quali difficoltà hai dovuto affrontare una volta arrivato in Giappone?

Avendo studiato per diversi anni, in modo approfondito, la lingua e la cultura giapponese, non ho avuto problemi. Ad esempio, per quel che riguarda l’alimentazione differente, non ho subito quello shock culturale che spesso si ha quando si emigra. Inoltre, finora, non ho sofferto di solitudine o depressione come avviene in alcuni casi. Certo mi mancano tante cose dell’Italia: i famigliari, gli amici, il cibo, il calore della gente e il clima.

Le difficolta principali le ho avute nell’imparare a capire le persone. Quando ci si trasferisce in un posto socialmente e culturalmente diverso dal nostro, bisogna mettere in conto che molte delle cose che diamo per scontate non lo sono affatto. Bisogna adattarsi, riconoscere i propri limiti, gli errori, mettere da parte l’ottusità e l’orgoglio ed essere disposti ad imparare tutto daccapo. Sembra una cosa scontata ma è veramente molto difficile, e non da tutti! Ci vuole innanzitutto tanta umiltà, predisposizione a riconsiderare tante situazioni e una buona dose di forza d’animo.

Altra cosa con cui dover fare i conti sono i pregiudizi. Non solo quelli degli altri verso di noi ma, in primis, i nostri pregiudizi verso gli altri. Tutti noi siamo pieni di pensieri sugli altri. Spesso quando abbiamo dei problemi a relazionarci, o quando ci sono dei fraintendimenti, tendiamo a incolpare gli altri a causa di loro presunte qualità negative. Così si evita di riflettere su noi stessi e su quello che sbagliamo. Bisogna sempre considerare che le persone con cui ci confrontiamo e che abbiamo di fronte sono prima di tutto degli individui come noi. Certo, spesso capita anche l’inverso: di venire giudicati in base all’essere uno straniero o un italiano, tuttavia bisogna superare questo pensiero, affrontarlo con serenità e naturalezza, nella speranza che anche dall’altra parte ci sia un’apertura nei nostri confronti. Purtroppo non è sempre così anche se, in base alla mia esperienza, posso dire che nella maggior parte dei casi la situazione di iniziale incomprensione, o diffidenza, si risolve armoniosamente.

 

E quali sono state, invece, le tue più grandi conquiste?

La mia più grande conquista è senza dubbio quella di essere riuscito a trasferirmi con mia moglie nella nostra casa. Da pochi mesi, infatti, abbiamo finito di costruirla. Inoltre mi sento motivato, e in parte realizzato, anche dal punto di vista professionale. Grazie al mio lavoro, nonostante sia autonomo, riesco ad avere un reddito standard per il posto. Inoltre ho creato la mia scuola di lingue e molti contatti interessanti, con cui spero di crescere ancora molto in ambito lavorativo. In futuro, mi piacerebbe creare un ponte tra Kochi e la mia amata terra d’origine, la Ciociaria. Un legame commerciale fatto di scambi di prodotti locali di qualità, che aiuti a valorizzare  entrambi i territori. Sono sicuro del successo che riscuoterebbero, qui in Giappone, i nostri prodotti artigianali di qualità. Sono alla ricerca di contatti nel mondo dell’Imprenditoria e delle istituzioni, insomma di chiunque sia interessato ad investire in questo progetto, sia in Ciociaria che qui a Kochi.

Altre soddisfazioni riguardano l’aspetto culturale e d’integrazione. Ho raggiunto un livello avanzato di conoscenza della lingua giapponese, che mi permette di cavarmela in quasi tutte le situazioni. Ho anche stretto dei rapporti di conoscenza e amicizia con diverse persone del posto, sebbene le amicizie più importanti restino sempre quelle dell’adolescenza. Inoltre da un po’ di tempo mi sto dedicando ad un’arte marziale, la più antica del Giappone e quella più vicina alla filosofia zen: il Kyudo, il tiro con l’arco giapponese. Una disciplina marziale molto cerimoniale, estremamente complessa e spirituale, completamente diversa dal tiro dell’arco occidentale: la differenza principale è forse espressa dal concetto basilare dell’arcieria giapponese, in cui “l’arco non si tira ma si apre”. Proprio a inizio febbraio ho ottenuto il primo dan in questa arte marziale (equivalente alla cintura nera nel karate).

 

Quali sono, secondo te, le maggiori differenze culturali tra il Giappone e la Ciociaria?

Tralasciando quelle più evidenti, come la lingua, il cibo e la religione, direi che una delle differenze principali riguarda la società ed il modo di relazionarsi tra le persone. Innanzitutto qui in Giappone, a causa del confucianesimo, è molto presente il concetto di armonia sociale.  Si evita di entrare in conflitto in modo aperto e pubblicamente. C’è una tendenza a preservare l’armonia a tutti i livelli. Si dà molta importanza alla collettività e al gruppo di appartenenza, piuttosto che all’individuo. Anzi, spesso le esigenze individuali passano in sordina, o vengono disattese, a scapito delle esigenze di benessere e armonia sociale. Questo, in parte, è positivo perché tende a creare una società armonizzata, efficace, ben organizzata ed efficiente. Dall’altro lato, però, rischia di creare frustrazioni e insoddisfazioni dal punto di vista individuale. E non è sempre facile trovare l’equilibrio tra le esigenze della sfera sociale pubblica e quelle di quella privata. Un osservatore digiuno di conoscenze sulla società, cultura e storia giapponese considererebbe questo atteggiamento contrastante degli individui, tra la sfera pubblica e quella privata, come ipocrita. Tuttavia si tratterebbe di un giudizio superficiale, basato su preconcetti e schemi di valutazione propri della cultura di appartenenza.

 

Puoi approfondire questo concetto?

Certamente. La ricerca dell’armonia sociale si riflette in molti campi della società giapponese, in primis in quello scolastico e in quello lavorativo.  Credo che tutti sappiano che in Giappone si lavora tanto. Straordinari anche fino a notte tarda, poche ferie e pochi giorni di permesso, anche se la legislatura, al riguardo, è all’avanguardia e vicina agli standard europei. Molti la disattendono, con uno spirito votato al sacrificio che ricorda quasi quello dei loro antenati Samurai. Una vita dedicata al lavoro, anche se ovviamente non è così per tutti. Bene, questa tendenza allo stakanovismo è proprio data dall’esigenza di benessere per il gruppo (in genere l’azienda per cui si lavora). Si tende ad anteporre il benessere della propria società al proprio, in alcuni casi fino all’estremo.

Per molti questo è scontato. Già dai tempi della scuola viene insegnato agli studenti ad impegnarsi al massimo per il benessere e l’armonia sociale, anteponendo le esigenze collettive a quelle individuali. Inoltre la società giapponese è anche molto competitiva, ma questo è un altro discorso e andrebbe trattato separatamente. Bisogna dire, però, che negli ultimi anni, soprattutto tra i giovani, sembrerebbe in crescita un atteggiamento più individualista, per certi versi simile a quello dei giovani europei o americani. Non credo, tuttavia, che questo comporterà cambiamenti evidenti nella società giapponese, neanche nel lungo periodo.

Come si riflettono, queste differenze, nella vita di tutti i giorni?

Rispetto alla Ciociaria qui si tende molto a valorizzare il territorio, non solo dal punto di vista istituzionale ma anche dal piccolo, iniziando dalla propria casa e passando per l’associazione di quartiere, o quella di distretto. Si fa quello che si può, a partire dai livelli più bassi. L’erba nei fossi viene tagliata da chi vi abita vicino, non si aspetta che intervengano le istituzioni. I canali e i fiumi vengono puliti ogni domenica dai volontari delle associazioni di quartiere, e così via.

Inoltre, si dà molta importanza e valorizzazione alle produzioni locali. A Kochi, la Prefettura in cui vivo e grande circa come la provincia di Frosinone, anche il numero di abitanti è simile. Anche Kochi, come Frosinone, ha una vocazione agricola ed è piena di produzioni locali di qualità.

Qui in Giappone, ogni città, ha il proprio prodotto simbolo, che pubblicizza attraverso campagne di marketing sui media e, periodicamente, si svolgono manifestazioni e sagre. Viene organizzata la filiera: dalla produzione, alla distribuzione, alle campagne di marketing. Si valorizza tutto al massimo, per ottenere il massimo risultato. Lo fanno tutti e c’è un ritorno non indifferente di immagine e di turismo, proveniente soprattutto internamente, da altri luoghi del Giappone. E questa organizzazione coinvolge tutti, sia il pubblico che il privato, con vantaggi evidenti per ognuno. Una cosa che invece da noi, in Ciociaria, purtroppo manca, perché si dà troppa importanza al proprio orticello, spesso  pensando al profitto personale a scapito degli altri. Si sottovalutano l’importanza della cooperazione ed i vantaggi che si potrebbero ottenere con un sistema ben organizzato, come ad esempio una filiera virtuosa di prodotti di qualità da pubblicizzare e esportare, oppure un marchio ciociaro di qualità, riconosciuto e certificato.

D’altro lato, in Giappone, a volte i rapporti tra le persone risultano troppo distaccati, freddi. Può mancare il calore, il saluto con un abbraccio, un bacio sulla guancia…

Insomma la mia opinione è che in Giappone ci sarebbe più bisogno di quelle caratteristiche tipiche della nostra società ciociara, come la leggerezza nel vivere, il calore, l’affetto. E anche una maggiore dose di individualismo, non guasterebbe!

In Ciociaria, invece, ci sarebbe più bisogno di alcuni aspetti della società giapponese, come la serietà e la determinazione nel raggiungere obiettivi, una cultura del fare più presente, una maggiore cura del territorio, oltre ad una maggiore attenzione al benessere collettivo anziché al tornaconto individuale.

 

C’è un luogo della Ciociaria che per te è particolarmente importante? Ci torni spesso?

Torno almeno una volta all’anno. Sicuramente i luoghi più cari sono quelli della mia infanzia e dell’adolescenza, la casa dei miei genitori ed i luoghi che frequentavo con i miei amici.

 

Pensi, un giorno, di tornarci a vivere?

Non saprei, mai dire mai! Salvo imprevisti, non nel breve periodo. A mia moglie piacerebbe ma credo che l’ostacolo principale sia la mancanza di opportunità. Magari in vecchiaia, chissà!

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